Quello che penso della proposta della Cia

lidea semplice e brillante per fare soldi con larcheologia

Qualche giorno fa, in ufficio, mi è arrivato un comunicato stampa della Cia – Confederazione italiana agricoltori (su cui tra l’altro ho scritto un articolo proprio sul portale di LifeGate) in cui si esponeva sostanzialmente questa idea: con una lettera al ministro dei Beni Culturali Franceschini, gli operatori agrituristici consociati alla confederazione si sono resi disponibili per effettuare la manutenzione ordinaria e, in qualche caso, anche quella straordinaria dei siti archeologici minori nelle vicinanze degli agriturismi per favorirne la fruibilità da parte del pubblico e, allo stesso tempo, incrementare i profitti. Senza oneri per lo stato.

Ora, come spesso capita sui social network, l’articolo è stato letto, condiviso e, su Twitter, anche un po’ criticato (“gli agricoltori gestiscono il patrimonio e gli archeologi? zappano la terra?”) da colleghi archeologi che hanno cercato di capire se la manutenzione, soprattutto quella straordinaria, che comprende il restauro e la cura verso il patrimonio archeologico, sarebbe stata fatta da professionisti o da persone ignare del mestiere.

Preoccupazioni giustissime, in cui si faceva notare che se “vuoi valorizzare, conservare, manutenere, assumi professionisti”. Quello che ho imparato lavorando in un’azienda privata, però, è questo: non è scontato che venga speso del denaro per fare cose buone (e la valorizzazione della cultura sicuramente lo è), i soldi vanno recuperati attraverso progetti intelligenti che “facciano felici” tutti.

Cosa vuol dire? Vuol dire che, secondo me, la proposta della Cia è interessante e intelligente e che può essere sviluppata in modo sano e proficuo per i professionisti dell’archeologia se i suddetti professionisti si mettono nell’ottica di dover sottostare alle logiche di mercato.

Qualcuno, forse, lo considererà “svilente”. Peccato, perché questa iniziativa potrebbe davvero favorire il turismo e innescare un circolo economico e culturale virtuoso. Esempio: un agriturismo produce miele e marmellate bio e magari ha vicino un piccolo sito archeologico chiuso al pubblico bisognoso di manutenzione e restauro. Bene. Gli archeologi potrebbero proporsi per il restauro facendo pagare la propria professionalità con un rincaro (piccolo) delle marmellate, che l’agriturismo potrebbe pubblicizzare appositamente. Comprando il cibo dell’agriturismo, i visitatori saprebbero di aver compiuto una buona azione e di aver contribuito al finanziamento di professionisti della cultura, di aver acquistato un prodotto che fa bene alla salute e all’ambiente, di aver valorizzato il proprio territorio.

Insomma, penso che dobbiamo cambiare mentalità se vogliamo farci valere e diffondere conoscenza.

Foto di copertina (usata anche per l’articolo di LifeGate): Noto antica. © Chiara Boracchi

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