La mia versione sulla Darsena

Intanto vorrei dire una cosa: io in Darsena c’ero. Io ero una di quei pochi archeologi che, nell’inverno 2005-2006, hanno scavato nel vecchio porto di Milano, che hanno “tirato fuori” le mura spagnole e che hanno scoperto l’assito ligneo di fine Quattrocento (antecedente alle mura).

Lo abbiamo trovato a novembre. Lo abbiamo ripulito tutto per dicembre e in un inverno particolarmente rigido lo abbiamo disegnato e fotografato, camminando sopra le assi coi gli scarponi infagottati nella plastica per non rovinare il legno.

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(Veduta dell’assito. Foto: non ricordo chi la scattò, comunque è nel Notiziario della Soprintendenza 2006. Sotto c’è il link.)

Eravamo quattro ragazze a disegnare, in squadre da due, tutte coi mezzi guanti per non perdere la sensibilità sulla matita e sulla bindella, con le dita rattrappite perché in certi giorni la temperatura era arrivata anche a -10 gradi. Con la solita cavalleria dei maschi, che forse pensavano davvero di farci un favore, noi eravamo rimaste a disegnare e loro spalavano e spicconavano argilla ghiacciata e ghiaia in un saggio non troppo distante. Loro a tentare di sudare, noi a piangere per il dolore alle mani.

E poi un bel giorno l’annuncio: “Lo scavo si chiude, bisogna reinterrare l’assito”. Quelli del parcheggio dovevano fermare i lavori perché la loro rampa d’accesso sarebbe passata proprio sopra le assi, e ovviamente la Soprintendenza non aveva dato l’ok per rimuoverle. L’ingegnere che coordinava i lavori aveva anche tentato di farci credere che un muro che tagliava le assi fosse stato costruito prima delle assi stesse. Credo che un mio collega gli abbia riso in faccia.

Quindi, l’unica alternativa per continuare a costruire il maxiparcheggio era spostare la rampa d’accesso. Ma questo avrebbe significato perdere tempo, far approvare un altro progetto… In ogni caso, i lavori si dovevano bloccare e l’assito, così com’era, cioè all’aria, non si poteva lasciare.

“Come ‘bisogna reinterrare l’assito?‘ Ma non si conserva?”
“Lo conserveranno”
“Come ‘lo conserveranno‘? Quando? Ma rischia di disfarsi”
“Gli mettiamo sopra il tessuto non tessuto e gli idranti”
“Quelli da giardino???”
“Quelli da giardino”.

E così, tutto il lavoro da equilibristi svolto sulle assi andava a puttane (scusate il francesismo). La terra che abbiamo usato per reinterrare era quella che avevamo lì: argilla e ghiaia. Ghiaia. Per un certo periodo qualcuno è andato a controllare che vi fosse umidità costante. Poi noi siamo stati spostati tutti in altri scavi.

Tempo dopo, era il 2009 o 2010, se non sbaglio, sono passata dalla Darsena. Non ricordo il motivo, dovevo probabilmente fare una commissione. E nel punto esatto in cui sorgeva l’assito, ho visto crescere i giunchi. Sempre un po’ di tempo dopo, in un evento sui navigli, ho incontrato i militanti del ComitatoNavigli e ho chiesto: “Ma voi sapete che fine ha fatto l’assito?”
“Asportato, ma non si sa dove sia”. Non so se fosse vero, fatto sta che nel punto in cui noi avevamo ricoperto, crescevano i giunchi e i germani facevano “qua-qua”.

E poi, nel 2012, arriva l’annuncio di Pisapia del nuovo progetto di riqualifica della Darsena. Dalla chiusura erano passati sei anni. Sei anni di incuria, giunchi e papere. Lui, eletto l’anno prima, decide di rimettere le cose a posto e approva un progetto criticato dal Comitato perché non include i reperti archeologici. Posso capirli, anche io ero arrabbiata, ma poi ho riflettuto: per le mura posso essere d’accordo col comitato, per l’assito no, perché probabilmente se ne è rimasto intatto un decimo, dopo tutto quel degrado, è tanto. Non lo biasimo, Pisapia. Voglio credere davvero che abbia fatto quello che ha potuto con quello che aveva.

Riguardo all’assito, il Comune risponde così: “l’assito ligneo in accordo con la Soprintendenza, è stato ‘conservato’ in loco con le modalità individuate dalla Soprintendenza stessa. È stato opportunamente pulito e ricoperto con adeguato materiale al fine da preservarlo da azioni meccaniche e a garanzia dell’adeguata conservazione in condizioni ottimali con umidità garantita anche nei periodi di secca; l’area è stata delimitata a livello del fondo della darsena ed è stato previsto un impianto idrico per allagare l’area al fine di consentire sempre la presenza di acqua e il mantenimento della necessaria umidità”
A dire: “è ancora sotto terra, con qualche idrante. Quel che c’è, c’è”.

Domenica scorsa, quindi, è stata “liberata” la Darsena.
Di sicuro è stata liberata dai giunchi, dall’incuria e dal parcheggio che per fortuna non si farà.
Ma purtroppo la stupidità di chi ha fatto crescere i giunchi su un bene che poteva essere valorizzato, che nell’anno di Expo poteva essere speso come “il porto di Leonardo” e che per essere visto poteva richiedere un biglietto di ingresso che a sua volta poteva “fare cassa” in eterno per la città, resta.

Qui potete leggere il mio articolo su LifeGate.

E qui trovate la relazione di scavo e le foto dell’assito.

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