Una giornata a RomArché

Nel week end ho fatto una scappata nella Capitale perché c’era un evento che non mi volevo perdere: RomArché, Il Salone dell’editoria archeologica, che io ho visitato sabato. Quest’anno la manifestazione, che si teneva dal 20 al 24 maggio, era alla sua sesta edizione.

RomArchè è un momento per sfogliare le ultime pubblicazioni sulla materia, assistere a presentazioni e conferenze, vedere mostre, toccare con mano l’artigianato che fa riferimento all’archeologia. Quest’anno il tema della manifestazione era il Limes, il confine, il limite. Il confine di tutto: della vita, degli stati, delle città, confini quasi metafisici, come i porti. L’evento è organizzato dalla Fondazione Dià Cultura e Forma Urbis – mensile archeologico.

Nuove pubblicazioni
Mi ha colpito che siano stati invitati diversi artigiani-rievocatori, che producono opere di “artigianato archeologico”, come vasi e gioielli: vuol dire che l’archeologia sta ripensando il suo modo di comunicare. Infine, anche se non ho parlato dei diversi editori sparsi per l’area archeologica, è stato interessante chiacchierare con loro e apprezzare i loro lavori assolutamente originali. Tra quelli più interessanti, segnalo i volumi di Francesco Corni, illustratore e archeologo, che ha unito il disegno alla trattazione scientifica in un mix davvero accattivante; il volume di Dià Cultura “museum.dià. Politiche, poetiche e proposte per una narrazione museale” per capire come si dovrebbe reinventare l’allestimento dei musei; “Tell Tuqan Excavations and Regional Perspectives”, che rappresenta non solo un riassunto e un aggiornamento degli studi sull’area, ma anche uno straordinario esempio di mediazione culturale.

I libri antichi
Il luogo che ha accolto la manifestazione è stato il museo dello Stadio di Domiziano, recuperato da quel che resta dello stadio proprio dietro a quella che oggi è Piazza Navona e la cui fisionomia ricalca l’edificio antico. Nell’area archeologica, appena sotto il livello del suolo erano state allestite due mostre, una dedicata ai gladiatori e una ai libri sportivi antichi. Mi focalizzo su questa, davvero particolare. I testi in mostra erano 6, di cui il più antico era della metà del Cinquecento, tutti di proprietà della biblioteca sportiva del Coni, il Comitato olimpico nazionale. E non solo ho scoperto che il Coni possiede una ricca biblioteca di circa 500 volumi, ma anche che, quando le Olimpiadi sono state riproposte in epoca moderna da Pierre de Coubertin, esistevano anche delle Olimpiadi della cultura che sono state disputate fino agli anni ’20 del Novecento. A dire che la formazione dell’individuo sano deve essere sì fisica, ma anche culturale e morale.

La conferenza sulla manipolazione del limes
“L’archeologia serve a capire l’oggi”. Lo ha dimostrato perfettamente questa conferenza-presentazione moderata da Ettore Janulardo, storico dell’arte e esperto di studi urbani dell’Università la Sapienza, a cui hanno partecipato archeologi ed esperti di geopolitica. Perché, in fin dei conti, qual è il valore dell’archeologia, se non la possibilità di paragonare il passato che rappresenta all’oggi, per capire più profondamente noi stessi?

Quello che mi ha colpita maggiormente è stato l’intervento di Lorenzo Declich, autore di “L’Islam nudo. Le spoglie di una civiltà nel mercato globale”, per la sua analisi della “porosità” dei confini mediorientali e soprattutto per la spiegazione di cosa sia confine per un mondo che è cosi vicino e così lontano da noi. Partendo dai monaci guerrieri che compivano razzie nei territori di confine che-non-erano-(ancora?)-Islam, è passato dai confini mobili dei sultanati, da quelli delle tribù confrontati con gli stati nazione occidentali, ai confini imposti nel periodo coloniale, ai confini distrutti per liberarsi (anche) da tutto ciò che è “passato”. In questa distruzione rientra anche l’annientamento delle rovine, simbolo di confini decisi da altri. Intervento illuminante, angosciante e, sicuramente, significativo.

Archeologi di confine
Non poteva mancare, in chiusura di giornata, una riflessione sull’archeostorytelling, su quel ramo – nuovissimo – della nostra disciplina che smette di posizionarci su un piedistallo, ci fa camminare tra la gente e ci fa raccontare quanto è bello quello che facciamo, quello che scaviamo, quello che riusciamo a ricostruire in 3D con l’ausilio della nostra sola immaginazione a partire da un coccio o da un mattone. Cinzia Dal Maso (giornalista e archeologa, curatrice di “Archeostorie”) e Leonardo Guarnieri (giornalista e archeologo) hanno moderato la discussione a partire dai testi di “Archeostorie”, “Professione… archeologi” (Forma Urbis) e “L’Italia agli italiani”, di Daniele Manacorda (Università Roma Tre), presente al dibattito con diversi archeoblogger.

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