Lo scavo di Tell Tuqan o “sulla diplomazia culturale”

L’archeologia non è una materia inutile. Non è un passatempo per sognatori ricchi con la testa persa in un passato glorioso e scollegato dalla realtà. L’archeologia è un ponte concreto tra le culture, è uno strumento di mediazione culturale. Ne sono ancora più certa dopo aver ascoltato i racconti degli archeologi Francesca Baffi, Roberto Fiorentino e Luca Peyronel, curatori del volume “Tell Tuqan excavations and regional perspectives“, pubblicato ormai qualche mese fa e tra l’altro presente tra le novità editoriali di RomArchè.

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La presentazione del volume sul sito siriano si è infatti tenuta alla Iulm di Milano circa due mesi fa e io, per motivi di tempo, ne scrivo imperdonabilmente solo adesso. Ci tenevo, però, a parlarne, per vari motivi.

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Foto: © telltuqan.it

È un aggiornamento scientifico
I dati riportati nella pubblicazione, tutta in inglese (e poi non dite che gli italiani sono poco internazionali), sono gli ultimi raccolti prima che la situazione in Siria smettesse di essere sicura, nel 2010. L’approccio multidisciplinare, che ha portato tra le altre cose ad analizzare le mappe satellitari e a fare ricorso alla “landscape archaeology”, ha permesso di fornire una prospettiva ampia, su uno spazio e un tempo molto dilatati (si va dall’età del bronzo al periodo ellenistico) sui rapporti tra questa e le altre città della regione. L’obiettivo è stato fornire un’analisi storica e ambientale complessa. Il sito si trova nella depressione del Matkh, un ampio e irregolare bacino lacustre oggi non più esistente, su cui si affacciavano diversi insediamenti, datati tra il Tardo Calcolitico e l’età Persiano-Ellenistica.

Come ha ricordato la professoressa Baffi, “Per gli addetti ai lavori, il libro ha rappresentato sicuramente un confronto sui dati raccolti, e nella regione e anche lontani. Si parla anche dell’impatto con l’impero degli assiri, per esempio. Il volume ricostruisce la storia con una certa precisione e ha puntualizzato sicuramente delle situazioni dal punto di vista scientifico. Dal punto di vista umano è stato un confronto tra gli studiosi e, come si è detto, una speranza di tornare a operare in questa regione”.

È un esperimento di comunicazione interattiva
Ancora una volta, si dimostra che archeologia non fa rima con vecchiume. La missione italiana, cui hanno partecipato il Miur, l’Università del Salento, il ministero degli Affari esteri e la Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm, ha curato un (bel) sito sui ritrovamenti di Tell Tuqan, raccontando con l’ausilio di (belle) foto e testi il lavoro svolto. Questa vetrina online delle ricerche è molto importante: raggiunge potenzialmente molte persone, che si tratti di studiosi o semplici curiosi, e coniuga scientificità e mezzi moderni. Rimarco questo punto, che io considero “normale”, per un unico motivo: nella mentalità dell’italiano medio, non è assolutamente scontato che una materia come l’archeologia, che sa di museo e quindi (sempre per l’italiano medio) di “vecchio”, sappia interagire col resto del mondo attraverso mezzi moderni ed efficaci. Credo che questo abbia creato una sorta di blocco psicologico, sia in chi opera nei beni culturali, sia in chi ne dovrebbe fruire. Questo sito, quindi, che non dovrebbe per nulla stupire, invece stupisce proprio in virtù della sua comunicabilità.

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Foto: © telltuqan.it

Dimostra che la diplomazia culturale esiste
L’amore dei professori per i propri scavi è difficile da raccontare: è palpabile, tangibile, è qualcosa da cui non si può prescindere nella lettura di questi dati. Quello che mi è parso, sentendo raccontare di Tell Tuqan, è che la missione fosse per gli archeologi come una figlia vista crescere nel tempo. Una figlia molto amata, a cui si è legati e che ora, purtroppo, non si vedrà più. Una figlia che ha dato moltissimo, sia agli studiosi che si sono recati qui a scavare, a sudare, a faticare e a raccogliere questi preziosi dati, sia alle persone del luogo, che questi archeologi li hanno incontrati e accolti, con cui hanno vissuto mesi.

Questo è proprio l’aspetto che mi ha colpita di più durante la presentazione: il fatto che una “semplice” raccolta di dati (per quanto uno scavo possa essere semplice) di cui il volume è testimone, si sia trasformata, in modo del tutto naturale, in uno strumento di diplomazia culturale, di dialogo tra culture diverse, di scambio e confronto pacifico.

A chi mi chiede perché io abbia scelto l’archeologia, a chi mi dice, con un sorriso di scerno, che questa materia che amo è inutile, suggerendomi di “svegliarmi” alla mia veneranda età e di fare qualcos’altro, mi piacerebbe rispondere raccontando la storia della missione di Tell Tuqan, perché è un successo. È il successo della ricerca che arriva laddove gli Stati stanno miseramente fallendo. La dimostrazione che l’archeologia è uno strumento non fine a se stesso, ma che può rendere il mondo un posto migliore. Al pari di tutte le scienze, l’archeologia dialoga col mondo. E aiuta a comprenderne i meccanismi.

“Tell Tuqan excavations and regional perspectives”, a cura degli archeologi Francesca Baffi, Roberto Fiorentino e Luca Peyronel.
Congedo editore
80,00 euro
pp. 564

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