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Polemiche estive: cerchiamo di capire perché la cultura umanistica non è inutile

Il nuovo sport dell’estate non è né il beach volley, né il calcetto e nemmeno il ping pong. Lo sport preferito quest’anno da giornalisti, politici e opinionisti è dire al mondo che con la cultura non si mangia, che i laureati in storia, arte, archeologia, lettere e compagnia bella sono inutili, che quelle umanistiche sono materie per riccastri che non hanno un tubo da fare tutto il giorno se non grattarsi la pancia e addirittura (e qui sta la vera novità dell’anno) che quelli che studiano le suddette materie hanno compiuto questa scelta perché queste sono – rullo di tamburi – più facili di quelle scientifico-tecnologiche.

Sull’analisi dei numeri dell’articolo comparso sul Fatto quotidiano a firma di Stefano Feltri non mi pronunceró, perché per confutarlo sono già stati consumati quintali di byte, carta e inchiostro.

Mi limito solo a riportare alcune personalissime considerazioni.

1. Accettare l’immobilismo sociale non è una opzione.

Quando anche i giornalisti cominciano a dire che i ricchi possono fare quel che vogliono – anche cose inutili, come dedicarsi alla cultura umanistica, intraprendere uno scavo archeologico, per esempio, o l’analisi di un quadro, o uno studio sull’opera di un determinato autore – e che i figli di operai, negozianti, impiegati invece no ed è meglio che imparino un mestiere o che si iscrivano a una facoltà tecnica, significa che qualcosa nella società si è rotto. Significa azzerare talento, ambizione, merito. Significa ritenere che si debba tornare al concetto medievale di servitù della gleba.
Spiacente, non è accettabile.

2. “Inutile” lo vai a dire a qualcun altro.

In questo sgradevolissimo sport estivo, inutile ha due accezioni: per se stessi e per la società.

In entrambi i casi, la mia risposta è quella che avete letto sopra. Primo, perché non è vero che con una laurea umanistica non si campa. Bisogna reinventarsi ogni giorno, faticare, sommare competenze, non smettere mai di imparare e studiare, ma si campa. Il come dipende da te.

Secondo: il fatto che un pannello solare sia considerato utile e uno studio sulla distribuzione di un tipo di ceramica antica inutile, dipende sia dal concetto stesso di utilità, sia dalla comprensione che si ha di quel particolare studio (e qui ammettiamolo è stata una nostra pecca comunicativa). Tutti comprendono intuitivamente che un pannello solare sia utile. Pochi sanno – ma noi glielo comunicheremo – che uno studio sulla distribuzione di un tipo do ceramica antica è sostanzialmente uno studio sulle rotte commerciali e sui metodi di trasporto. Capire le rotte antiche significa anche indagare le materie prime trasportate, le interazioni geopolitiche del passato, le soluzioni adottate – belliche o no – per ovviare alle carenze di risorse. E poi fare confronti col presente, che magari servirebbero per comprendere meglio, con più obiettività, i conflitti attuali.

Un altro modo in cui le discipline umanistiche sono utili è incrementare il turismo. Riuscire a raccontare così bene i paesaggi della nostra storia e gli oggetti della nostra memoria da portare qui nel nostro Paese gente che li vuole vedere, toccare, capire. Pagando per farseli spiegare.
Ecco perché vi dico: “inutile” lo andate a dire a vostra sorella.

3. Il talento è talento. Anche quando si tratta di cultura umanistica.
Punto.

Avete presente quella massima che dice “Ciascuno è un genio, ma se si misura l’intelligenza di un pesce con l’abilità di scalare un albero, continuerà a credersi stupido”? Ecco. Ci sono quelli che sono portati per la matematica e la fisica. O per l’economia. Buon per loro. Poi ci sono quelli che vedono e comprendono i collegamenti tra le epoche storiche, tra ritrovamenti, strati e mettono a posto i tasselli del puzzle. Oppure ci sono quelli che analizzando le opere d’arte comprendono l’azione politica di quel signorotto o di quel papa e la studiano come mezzo di comunicazione e propaganda. Sono talenti, capacità. Ognuno ha il suo talento. Far studiare ingegneria o economia a uno che è archeologo, storico, filosofo, letterato “dentro” vuol dire fargli credere di essere uno stupido a vita quando magari potrebbe dare un contributo significativo altrove.

4. Le lettere non sono facili. Sono lettere.

Se fossero facili per davvero, avremmo schiere di gente molto acculturata assolutamente non manipolabile, in grado di comprendere il valore sociale ed economico della cultura. Ditemi voi, è così? A me non pare.
Smettiamola con questa vera e propria guerra psicologica volta a sminuire competenze e professionalità di chi opera nella cultura. Forse quelli che ci governano e che scrivono gli articoli andavano male a scuola e avevano dei genitori che li hanno spediti a fare il liceo classico senza che ne fossero portati. Oppure volevano fare il classico, ma sono stati spediti a fare altro perché i loro genitori volevano che studiassero qualcosa di più utile o redditizio. Il rancore personale non è un buon motivo per demolire psicologicamente una generazione che con la cultura potrebbe risollevare economicamente l’Italia.

5. Invece di parlare di inutilità, insegnate ai ragazzi ad avere un piano.

L’unico vantaggio delle discipline scientifiche, e nemmeno di tutte, o economiche, è la cosiddetta “pappa pronta”. Esci dall’Università sapendo che il mercato ha bisogno della tua figura di informatico, ingegnere, economista. Va bene, è vero: è comodo.
Chi si laurea in materie umanistiche, generalmente, deve avere un piano a, b, c, e magari pure d. Si deve inventare un lavoro o lottare per far capire che la sua professionalità serve, perché la gente se lo è dimenticato. Questo non vuol dire valere di meno, ma doversi “sbattere” di più. Vuol dire dover chiarire i propri obiettivi e agire di conseguenza, giorno dopo giorno. A me non sembra una cosa così pessima.

(No, ad avere un piano non te lo insegnano all’Università. Però, crescete: vi serve VERAMENTE la pappa pronta? Non è ora di prepararvi la colazione da soli???)

PS: per chiarire, dirò che io non sono ricca. Sono figlia di impiegati e nella scuola ci ho creduto. Ero una di quelle babbee che magari non credevano al Principe Azzurro, ma alla promessa di un bel lavoro se avessero studiato e si fossero impegnate, quello sì. Solo che l’istruzione, da sola, non basta. Ci vuole sempre determinazione e un obiettivo.
Non è facile e a volte ci si perde. Però si può fare.

2 Comments

  • Elisabetta September 29, 2017 at 9:28 am

    Quando ho letto l’articolo di Feltri di cui scrivi ero ad Hanoi , in Vietnam per scrivere del commercio di specie protette (specie destinate all’estinzione per una miriade di motivi ecologici ed antropologici in cui le analisi quantitative temo non possano fare sufficiente chiarezza). Mi ero indignata pure io, constatando non solo la superficialità del post, ma anche l’auto denigrazione della cultura italiana che in era capace di mettere insieme un diavolo di risposta, di reazione, di critica sociale. E sono quindi certa che tu abbia ragione per molti motivi, di cui il più importante a mio parere è che se fossimo tutti ingegneri i nuovi ingegneri non troverebbero lavoro per saturazione del mercato, condizione che dipenderebbe dal fatto che una società funzionante e vitale non punta solo sugli algoritmi ma sulla elaborazione di linguaggi, pensieri, immaginazione. Nelle epoche che ora ammiriamo e che hanno fondato la civiltà europea era il pensiero a dominare l’accadere dei popoli. Ma questo è un discorso che il professor Heidegger svolgerebbe cento volte meglio di me.

    Un altro punto che tu tocchi e che a mio parere è rilevante per darti ragione è che non si può chiedere a un filosofo di fare l’economista perché il talento è talento e mortificarlo significa produrre individui mutiliati prima di tutto dal punto di vista personale che non potranno certo essere cittadini decenti. Il fatto è che viviamo in un organismo sociale in cui il conformismo è potere : se hai letto Hegel hai una capita logica che un ingegnere se la sogna, ma elabori, non esegui. L’Antropocene non ha bisogno di elaborazione umanistica, eppure questo non significa che questa elaborazione sia inutile. È semplicemente scomoda, e quindi fuori fase.

    E qui arrivò ad un MA. Perché secondo me questo dibattito acrimonioso contiene delle verità che forse è arrivato il momento di dirci non per seppellire il greco e il latino ma per evolvervi verso un modo efficace di intendere gli studi umanistici. È vero che come ha scritto di uovo Feltri ieri con una laurea umanistica si mangia poco e male. Ai miei tempi la docente di etruscologia alla Statale alle ragazze che intendevano fare un dottorato diceva : “portami il 740 del papà e vediamo se puoi o meno”. Be’ io credo fosse sincera.
    Parliamoci chiaro : gli stipendi attuali dei settori in cui si può spendere una Laura umanistica oggi in Italia sono da fame. Parliamone se devi pagare un affitto, un welfare, se non sei sposata / sposato. Senza contare che – rimando a onesti contributi recenti sul Guardian e su Mongabay – nei settori umanistici che tirano per essere davvero competitivo (e quindi fatturare ) devi essere in grado di auto finanziarti viaggi, periodi di formazione, attività di volontariato ad alto contenuto, insomma imparare quasi gratis quello che poi potrai rivendere a caro prezzo . Secondo me dire che tutto questo non è vero non ci aiuta.

    Altro punto. L’insegnamento universitario è vecchio in Italia e in letteratura lo è drammaticamente. Un esperto di letteratura antica utile alla società non è uno che ripete a pappagallo i libri scritti due secoli fa dai filologi tedeschi ma chi sa citare autori antichi nel tessuto contemporaneo, trovando assonanze. Come Robert Pogue Harrison di Standord, come Winfred Sebald.

    Ma qui vengo a una altra questione per me cruciale. Siamo proprio sicuri che esista un interesse collettivo per il sapere? Che dostoevskij conti ancora qualcosa per la massa ? Rimando a Barbari di Baricco. Ma rimando anche alla realtà : la nostra percezione delle cose è lontana anni luce dalla complessità cognitiva, emotiva, psichica ed estetica che era il racconto sull’uomo della grande letteratura, di intere epoche in cui non esisteva la televisione. L’analfabetismo di ritorno è scioccante in questo paese ma in Francia non va meglio e temo neppure in Germania . Ma c’è forse di peggio : proviamo a chiederci quanti sanno cosa è la colonna traiana o chi è Camille Demoulins o Cranach .. Dobbiamo accettare che per la maggior parte di noi tutto questo non è più esperibile come concetto, come esperienza intellettuale gratificante e significante. Io credo che vada detto, che lo dobbiamo dire .
    Non per sminuirci ma per decidere come salvare le vestigia di una epoca che ormai abbiamo alle spalle e che non salveremo con il turismo – a cosa serve che gente che non conosce Nerone veda la domus aurea ? – ma con una consapevolezza che ahimè sarà di pochi. Ieri sera vedevo un doc sulla chiesa di San Giovanni Laterano a Roma . Bellissima, eppure mi era completamente estranea.

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    • Chiara October 24, 2017 at 8:39 pm

      Elisabetta, non è questione di “quanti sanno della Colonna Traiana” o per quante persone conti Dostoevskij. La questione è come si parla alle persone della cultura. Non dobbiamo dare per scontato che tutti abbiano fatto il liceo classico. Dunque non tutti partono dallo stesso background. La sfida è raccontare la cultura in modo moderno. E con moderno voglio dire spiegando perché un Dostoevskij, o un Seneca, o un Ariosto dovrebbero essere considerati attuali, cosa hanno a che fare con noi. Quello della cultura non è un linguaggio segreto che devono parlare in quattro. Dovrebbe essere compreso da più persone. Se poi mi dici che adesso c’è una difficoltà immane a trasmettere concetti, non posso che darti ragione. Però è una delle sfide della comunicazione – anche giornalistica – che si trova a fare i conti con internet e i social media.

      Ci sono dei problemi per i lavori della cultura, è vero: rispetto a quelli tecnico-scientifici sono sottostimati. Per il giornalismo, un po’ la colpa è del mezzo, il web, che ha ridotto i tempi, moltiplicato gli editor e diminuito i compensi (“son tutti bravi a scrivere dieci righe con la tastiera”, si dice) e un po’ è anche nostra, cioè dei membri della categoria, che accettano di lavorare a scambio visibilità.
      Per le altre professioni della cultura, invece, la colpa è dei professionisti stessi: ma tu credi che una persona che non ha seguito un determinato percorso di studi, sentendoti parlare in questo modo, non percepirebbe una certa superiorità e perfino disprezzo? Tu credi sinceramente che questa persona avrebbe voglia di avvicinarsi alla storia, all’archeologia, alla filosofia, sentendosi trattare da stupida? Da ignorante? Avrebbe ragione a non farlo.

      Posso essere d’accordo con te, se mi dici che il contesto è peggiorato, se affermi che la mancanza di rigore a scuola (dove non si boccia più perché si sa, i ragazzini sono fragili) ha livellato gli studenti verso il basso. Sono d’accordo, se mi dici che, a causa degli smartphone, i ragazzi oggi non riescano a stupirsi più di nulla (c’è chi li chiama “Generazione Wow”). E’ vero. Però le alternative sono due: gettare la spugna o inventarsi un modo per relazionarci anche noi la Generazione Wow e trasmettere quello che sappiamo.
      E gettare la spugna non è un’opzione.

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