Augusto e il principato, come i cittadini diventarono sudditi

Leggendo Augusto e il principato una cosa appare chiarissima: la Roma che descrive l’autore non sembra per nulla “antica”, anzi: se non sapessimo che quegli eventi sono avvenuti due millenni fa, sembrerebbero estremamente attuali.

Il libro è un testo universitario del 2013, scritto da Mario Pani, docente di Storia Romana nella facoltà di Lettere e Filosofia di Bari scomparso nel 2015, con l’obiettivo di raccontare la nascita del principato a Roma e quindi anche la riorganizzazione dello Stato in seguito al nuovo assetto istituzionale. Poco più di 200 paginette che si leggono e si sottolineano davvero volentieri, specialmente se si ha una (in)sana passione nei confronti della storia romana di I sceolo a.C.

Le pagine più interessanti sono sicuramente le prime 50, dove si cerca di far riflettere il lettore sul passaggio per nulla breve tra la repubblica e il principato. Perché se è vero che nel nostro immaginario pare un passaggio repentino, una cesura netta e immediata, con date molto precise (la battaglia di Azio del 31 a.C. e l’anno in cui Ottaviano viene nominato Augusto, cioè il 27 a.C.), è anche vero che l’approdo a questa situazione non solo è invece assolutamente graduale, ma ci vogliono almeno 40 anni prima che si stabilizzi.

Cioè, in pratica, per esser chiari: quando Augusto diventa principe, cioè primo tra pari, non è ancora ben chiaro a tutti che il suo obiettivo sia quello di realizzare quella nuova forma di governo che a noi posteri è nota come impero. È chiaro che qualcosa sia cambiato rispetto a prima. Ma non è proprio chiaro che la nuova forma di governo preveda che uno solo sia al comando fino alla fine della sua vita e che questa istituzione sia ereditaria, tanto che alla morte di Augusto, prima di affidare il potere a Tiberio, c’è un dibattito in Senato (un dibattito abbastanza inutile, ma c’è). Di fatto è con Tiberio che ormai si è certi che la forma di governo sia davvero cambiata.

Pani sostiene che la nuova istituzione non continua, ma si sovrappone a quella precedente perché è qualcosa di assolutamente diverso da ciò che c’era stato prima.

Ma come è possibile che i cittadini romani accettino tutto questo, che rinuncino ai loro diritti, quasi senza fiatare? Dico quasi, perché Pani ci ricorda che Cicerone è stato tutt’altro che zitto, visto che auspicava un governo di pochi, non certo di uno solo. Cicerone era un repubblicano convinto, ricordiamocelo. Ha provato a dire a Cesare cosa fare per riformare lo stato. E appoggiò Ottaviano forse pensando di poterlo manovrare. In fondo, è proprio per quello che poi è morto così male.

Il I secolo a.C. è un periodo in cui è alto il disinteresse verso la politica, che viene ritenuta ormai marcia, corrotta fin nelle sue viscere.

I cittadini vogliono l’otium, quel distacco “produttivo” dalla politica che consente loro di non doversi occupare degli affari dello Stato, ma di potersi invece occupare di lettere, cultura, arte. Una vita onesta fatta di “altro”, quasi in opposizione alla politica stessa. Mi vien da dire: pensate a Orazio.

I Romani vogliono qualcuno che si occupi della politica al posto loro. Vogliono personaggi forti, dei “salvatori”, capaci di prendere decisioni in tempi rapidi, che non debbano essere “ostacolati” dalle opinioni altrui. Vogliono governanti in grado di risolvere velocemente i problemi in situazioni di crisi. E che facciano tornare Roma all’età dell’oro.

In questo contesto si forma il primo triumvirato e Cesare può diventare dittatore. Ma è “presto”, e viene ucciso da una congiura.

È sempre in questo contesto che Antonio, Ottaviano e Lepido possono stringere il patto del secondo triumvirato e “spartirsi” Roma a tavolino; e ancora, è in questo clima che Ottaviano può guidare le truppe contro Antonio in Egitto, tornare in patria e (fingere di voler) restituire i poteri di cui si era momentaneamente caricato, vantandosi di aver riconsegnato la res publica ai Romani, magari un po’ scalchignata, ma ancora intatta.

Ecco perché nessuno si stupisce, se poi Ottaviano divenuto Augusto accetta tutte le prerogative che il senato gli ha concesso. Lui finalmente si è caricato di tutto, i cittadini possono stare tranquilli e dedicarsi all’otium. C’è lui che pensa a loro. I cittadini possono disinteressarsi alla politica a meno che non sia il principe stesso a chiedere espressamente il loro aiuto. E loro rispondono subito, perché glielo devono.

Scrive Pani:

“Le innovazioni, che certo egli non vuole nascondere, deve curare appunto di inserirle nell’ambito della tradizione, in un accorto gioco che riproduce quella combinazione […] che i concittadini trovavano familiare”.

E ancora:

“Augusto introduce con accortezza le innovazioni, ma in definitiva, egli le riconosce esplicitamente e ne va orgoglioso. La coscienza di creare e di aver creato una nuova forma di Stato è in lui straordinariamente viva.”

Augusto aveva creato ex novo un gabinetto politico di governo, un gruppo ristretto guidato dal principe che aveva la funzione di “dare stabilità” allo Stato. E aveva “trasformato” la repubblica, in un momento in cui il vecchio apparato statale non era più in grado di rispondere alle esigenze del tempo. 

Visto così, l’impero nascente, il governo di uno e non quello dei pochi o dei molti, doveva sembrare un passaggio “necessario” e naturale verso una modernizzazione delle istituzioni.

Ogni mutamento, più o meno drastico, presuppone un mutamento di mentalità. Evidentemente questo non può avvenire in tempi veloci, 

dice l’autore. E in effetti, la mentalità romana che porta ad accettare l’operato di Augusto era già mutata da tempo.

Molti “semi” piantati dal primo imperatore avrebbero invece dato frutti solo tempo dopo, perfezionati dagli imperatori successivi.

Il libro di Pani è interessantissimo, a mio avviso: anche se parla espressamente della nascita del principato, ci sprona a riflettere non solo su questa forma di governo, ma su tutte, su come cambino, in quanto tempo e con quali presupposti.

Un testo attualissimo, da leggere (finché si trova ancora in commercio).

Mario Pani
Augusto e il principato
Edito da il Mulino


18,00 euro

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