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Massimo Tosi. “Per raccontare le architetture antiche, servono gli acquerelli”

Cosa si fa quando, per raccontare i monumenti antichi di cui non resta nulla e i territori di centinaia di anni fa, le parole, i dati, le foto non bastano? Forse a noi archeologi per “rivedere” l’alzato di un tempio da una pianta basta la fantasia, ma a tutti gli altri? A tutti quelli a cui vorremmo comunicare quel che noi vediamo con gli occhi della mente? Come si rende visibile un monumento a partire dalla pianta?

Illustrare con gli acquerelli per comunicare l’archeologia

Per fare davvero divulgazione, servono le immagini. Soprattutto laddove la fotografia non ci aiuta, serve qualcuno che, con competenza, traduca le semplici planimetrie in disegni scientificamente corretti e magari anche belli.

La piccola mostra di acquerelli – relegata a un angolo del palazzo dei congressi – in cui mi sono imbattuta a TourismA, mentre girovagavo tra gli stand, è stata una dimostrazione efficace di come la pittura possa aumentare la comprensione di un bene archeologico.

L’autore delle stampe, Massimo Tosi, è architetto ed stato per quarant’anni docente di storia dell’arte nei licei fiorentini. Da una quindicina d’anni, con la sua associazione, Millenaria, ha deciso di raccontare le architetture medievali per immagini, collaborando con soprintendenze, enti culturali e musei.

I soggetti delle tavole erano diversi: Firenze, di cui era raccontata per immagini l’evoluzione urbanistica dal IX secolo; alcune importanti architetture della città, come il battistero; il territorio toscano e laziale con i suoi percorsi – c’era anche una mappa della via Francigena.

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Alcune stampe di Massimo Tosi, architetto e illustratore, a TourismA

La competenza prima di tutto

“Per fare questo mestiere bisogna avere una formazione non solo pittorica-artistica, ma ci vuole anche una preparazione specifica”, ha ricordato Tosi. “Mettendo insieme tre componenti – artistica, tecnica e storica artistica – riesco a tradurre in immagini il pensiero di storici ed archeologi e posso di realizzare elaborati che da un lato soddisfano le esigenze degli studiosi, dall’altro incuriosiscono un pubblico più vasto”.

E precisa: “Tutte le mie tavole hanno una base scientifica. I monumenti sono sempre spaccati oppure rappresentazioni a volo d’uccello: nel secondo caso si valorizza la pianta ricostruendo l’alzato, nel primo, con la sezione, si entra nel monumento e si vede com’era. C’è stato un momento in cui si è pensato che si potessero fare tutte le ricostruzioni al computer. Sicuramente la digitalizzazione è efficace, ma non ha quella immediatezza e quella bellezza delle tavole ad acquerello”.

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Gli “spaccati” permettono di far comprendere meglio la planimetria del monumento.

Illustrare l’archeologia: uno sbocco lavorativo?

Gli acquerelli, insomma, sono funzionali al racconto dell’archeologia: piacciono, sono belli, sono immediati. Comunicano. Sono utilizzati in pubblicazioni divulgative per non addetti ai lavori, in libri di testo e guide turistiche “come quelle di Bell’Italia”. Ma si può considerare l’illustrazione archeologica come uno sbocco lavorativo futuro?

In Italia, a fare questo lavoro, siamo pochissimi, 4 o 5, proprio perché servono diverse competenze e molto specifiche. Le mie tavole sono molto richieste. Questo perché c’è bisogno di un bagaglio di formazione non indifferente. Io di lavoro ne ho tanto, però il percorso per la professionalità è sicuramente lungo. Non basta essere bravi illustratori, servono molta competenza ed esperienza”.

A dire: non è da tutti, ed è una professionalità che costa. Forse non la prima scelta per giovani in cerca di un impiego.

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