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Apologia dello studente lavoratore, 6 cose da sapere

Il tema degli studenti lavoratori mi sta molto a cuore, forse perché ho sempre “fatto parte del gruppo”. Lavoro da quando avevo 20 anni, anche se per i primi 4 anni ho fatto esperienza in un call center in cui mi recavo per tre-quattro volte a settimana, part time e con grande libertà sulla scelta dei turni. Era, insomma, il classico lavoretto che una si trova per pagarsi gli studi e che richiede, in fondo, non troppo impegno. Ho iniziato a fare un lavoro “vero” solo dopo la laurea triennale, prima negli scavi archeologici urbani e poi, da una decina d’anni, nella redazione di un magazine online.

Facendo parte del gruppo, io lo studente lavoratore lo capisco. Capisco la sua psicologia, i suoi bisogni, le sue difficoltà nel ritagliarsi tempo per studiare e nel conciliare le esigenze di una vita “adulta” con quelle dell’università. Riesco a comprendere, nel profondo, il suo disagio quando riscontra la perplessità negli occhi di alcuni professori, che sembrano domandarsi “Ma se questo non può dedicare il 100% del suo tempo allo studio, perché diavolo ha ripreso l’università? Per hobby?”.

Allora questo post, cari prof, è la difesa di una categoria. La categoria – molto grande – di quelli che riprendono il proprio percorso di studi a una certa età e/o che non hanno le “spalle coperte” da un reddito “di famiglia”, e quindi lavorano, ma allo stesso tempo hanno tanta, tanta, tanta voglia di imparare, migliorarsi, mettere a frutto le proprie idee e i propri progetti. E scusate se è poco.

Ecco cosa dovete ricordare, secondo me.

1. Ricordatevi che lo studente lavoratore lavora

Questa sembra una banalità, e invece è bene ripeterlo: lo studente lavoratore lavora e pertanto non riesce a frequentare le lezioni. Non trattatelo male per questo. Ovviamente, lo sappiamo, che anche il docente lavora, così come pure il ricercatore. Il docente e il ricercatore fanno un lavoro bellissimo, anzi, il lavoro più bello di tutti: insegnano, studiano, pensano, consultano libri, fanno scavi, redigono articoli che, in ambito archeologico, per esempio, possono cambiare il modo in cui viene percepita e compresa un’intera popolazione. Mica cavoli, insomma. Tanta roba. Però, ecco, quello che intendo dire quando scrivo che lo studente lavoratore lavora è che probabilmente è costretto a lavorare a orari prestabiliti (chessò, 9:00 – 13:00 e 14:00 – 18:00) e magari è pure costretto a timbrare un cartellino. E questo gli impedisce di fare un sacco di cose utili e in fondo molto divertenti, tipo bazzicare a tempo perso le aule dell’università e il dipartimento del proprio corso di laurea, così, perché gli va.

2. Sappiate che il permesso è la sua spada di Damocle

Per dare esami o andare a ricevimento da un professore, lo studente lavoratore è obbligato a chiedere un permesso in ufficio (o nel posto in cui lavora) oppure chiedere un cambio turno. Questa cosa non è proprio banale, specialmente se lo studente ha più di 30 anni e un lavoro stabile, perché lo espone non solo alla richiesta di spiegazioni (“Perché ti servono 4 ore di permesso?”), ma anche alle frecciate (dirette o indirette) dei colleghi che non credono che la sua ripresa degli studi abbia un qualche senso (“Hai ripreso a studiare? Ma sei folle? Io non ce la farei. Ma poi cosa? Ah, Archeologia? Ma tanto non serve a niente! E poi, la laurea è solo un pezzo di carta straccia!”). Voi che siete docenti, ricordatevene prima di consigliare al malcapitato di venire a ricevimento alle 11.00 di mattina, se proprio non è strettamente indispensabile. Dategli almeno un appuntamento.

3. Se vi manda una e-mail, rispondetegli

Per i motivi detti sopra, lo studente lavoratore adora i professori che usano internet per organizzare il lavoro proprio e altrui. Quei docenti che postano sul proprio mini sito o sul portale del dipartimento il programma d’esame già strutturato coi testi per frequentanti e non frequentanti, lo studente lavoratore li ama proprio alla follia, perché gli permettono di risparmiare tempo e conversazioni imbarazzanti coi colleghi.
E quando un professore informa gli studenti non frequentanti, tramite la propria pagina web, che sono obbligati a concordare il programma d’esame col docente, per gli stessi motivi elencati sopra lo studente lavoratore spera di risolvere tutto con una e-mail, di solito lunga e dettagliata, in cui spiega con precisione la sua situazione e in cui chiede, con educazione, a quali testi debba attenersi per sostenere l’esame (specificando di solito anche per quanti crediti).

A volte, però, il professore che riceve l’e-mail risponde telegraficamente, chiedendo allo studente di andare a ricevimento “per comodità e per parlare dei suoi interessi”. E allora, allo studente lavoratore non resta che prendere un permesso, o fare un cambio turno, e andare al ricevimento del docente, sperando di non avere troppi altri studenti prima di lui e pregando che il prof, dopo aver concordato il programma (di solito, in 10 minuti) non lo liquidi con un “Non ho qui il cartaceo, mi mandi una e-mail ricordandomi quello che ci siamo detti oggi”.

4. Lo studente lavoratore sviluppa abilità Zen

E qui, non devo spiegarvi perché.

5. Il lavoro non è una scusa per fare di meno, è una necessità per pagare le bollette

Una piccola precisazione dovuta. Specialmente se ha una certa età, lo studente lavoratore vorrebbe tanto dedicare alla ricerca la propria vita, ma per questioni puramente materiali – la necessità di mantenersi – non può. Quindi, se uno studente lavoratore vi chiede la cortesia di non fargli scrivere una tesina per l’esame, ma magari di dargli un libro in più, ascoltatelo senza giudicarlo un pigro e un lavativo. Non vuole “fare meno del dovuto”, ha solo difficoltà ad andare in biblioteca come fanno gli altri studenti ventenni, che ci vanno a volte per studiare, altre per cazzeggiare. Perché lo studente lavoratore ha deciso che per la tesi può anche impiegare un paio d’anni – proprio per quel piccolo dettaglio che riguarda i permessi per passare qualche pomeriggio in biblioteca – ma per un singolo esame preferirebbe studiare di più ma senza dover chiedere permessi in ufficio.

6. Agli esami, lo studente lavoratore chiede di passare avanti, ma non cerca sconti

Ci sono professori che si arrabbiano moltissimo – e, dico io, giustissimamente – quando uno studente ventenne, durante un appello d’esame, chiede di passare davanti agli altri perché il mattino dopo ha un altro appello e deve ripassare. Diventano bestie feroci e, secondo me, fanno bene.

Anche lo studente lavoratore chiede di passare avanti, ma il motivo è sempre quello: chiedere il numero minore possibile di permessi al lavoro per non sentirsi fare storie da capi o colleghi. Quindi, non arrabbiatevi, se vi capita. Perché tanto la differenza tra un vero studente lavoratore e uno che vuole solo saltare la fila, di solito, si capisce.

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