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Le differenze tra la comunicazione culturale e il klingon

Oggi ho discusso via tweet con una cara amica giornalista ambientale che stimo molto. Abbiamo molto in comune, dalla passione per l’ambiente all’amore per i classici greco-romani. Su una cosa, però, siamo divise: sul ruolo della cultura e della comunicazione culturale.

Lei ritiene sia per pochi, io per molti. Lei punta all’élite, io dico che dell’élite non me ne frega un tubo, mi frega delle persone comuni, che magari non conoscono i grandi filosofi, ma siccome una volta sono state a fare una bella visita guidata in un sito archeologico con una brava guida, magari si ricordano poco, ma quel che si ricordano li ha fatti affezionare un po’ di più al loro territorio

E ancora una volta, mi permetto di prendere come faro Andrea Carandini, che non ha bisogno di presentazioni ma che, per chi ancora non lo sapesse, oltre a essere presidente del FAI è uno dei più importanti archeologi d’Italia.

A TourismA, Carandini disse che bisogna farsi capire dal pubblico, rendere semplice quello che è complesso, per diffondere la consapevolezza del valore della cultura. E – porca miseria – ha ragione da vendere.

Sembra quasi che per alcuni dissertare di cultura sia come parlare un linguaggio a parte e che ci godano che non venga compreso dagli altri. Sì, ma allora a che serve? A chi serve?

La comunicazione culturale “difficile” è come il klingon

È come parlare klingon, la lingua dei nemici del capitano Kirk in Star Trek.
Lo sapete, no, che in fondo sono un pochino nerd.
Lo sapete che amo Star Trek.
Ecco, a volte, per augurare “in bocca al lupo” ad 
amici e amiche proprio patiti come me,  dico “Qapla!”.
Passo per scema, chiaro.
Mi capiscono in due, chiaro.
Ma a me piace così.
Mi piace che quell’ “in bocca al lupo” in klingon sia capito da pochi. È una cosa da nerd, è per l’élite.

E in quel contesto va bene così.

Ma se si parla di cultura – di archeologia, per esempio, di letteratura, di filosofia – invece no, non va bene così. Eppure, alcuni discutono di filosofi e di scrittori e di reperti come se parlassero in klingon: si fanno capire da pochi – e ci godono.

Eh no. No, porca miseria. A chi serve, se quello che dici lo capiscono in due? D’accordo, ti fa sentire parte di un gruppo, ma a cosa serve? Allora le persone che non si avvicinano all’arte, all’archeologia, alla filosofia hanno ragione a sentirsi respinte e disprezzate. Hanno ragione a respingere e disprezzare queste discipline!

Scusate, ma se qualcuno vi insultasse, voi come vi sentireste? Se qualcuno vi escludesse da un discorso che non siete in grado di capire, vi sentireste esclusi o inclusi? Non è difficile rispondere.

Sarà pur difficile, sarà pure un’impresa da Don Chisciotte, ma la cultura va trasmessa.  Va fatta capire. Va resa chiara, comprensibile e leggibile. È una questione di sopravvivenza della cultura stessa da un lato e di etica dall’altro.

Altrimenti, tanto vale che tra noi ci mettiamo tutti a raccontare quel che c’è nei musei parlando in klingon. 

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