Immagini dal passato – storia dell’archeologo illustratore Francesco Corni

Alcune rovine archeologiche sono difficili da “leggere”: spesso nei siti non rimangono che pochi resti di edifici una volta imponenti, pochi mattoni, qualche colonna spezzata, agglomerati di malta. Con quel che si salva, a volte non è facile dare l’idea di quello che l’archeologo riesce a vedere con la propria mente in 3D e raccontare coi semplici testi e con le fotografie come una città, una domus o un tempio dovevano presentarsi.

Ecco perché le illustrazioni sono così importanti per la fruizione da parte del pubblico. Quando ho conosciuto a RomArché Francesco Corni, archeologo e illustratore, sono rimasta colpita dal suo lavoro e dalle sue ricostruzioni della Cisalpina: i suoi disegni mi hanno rimandata al mondo delle moderne graphic novel (non chiamatele fumetti) e delle illustrazioni “colte”. Ecco cosa mi ha raccontato.

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Come si passa dal disegno archeologico all’illustrazione?
Nel mio caso è stato merito della gente che veniva a guardare gli scavi archeologici e che passava e mi chiedeva che cosa avessimo trovato. Si trattava in quel caso di una chiesa cruciforme ad Aosta e proprio per cercare di spiegare i resti ho cominciato a fare schizzi in terza dimensione. Ho visto che piaceva, che rendeva merito ai ritrovamenti archeologici. Pian piano questa passione è diventata qualcosa di più: anche i giornalisti hanno iniziato a chiedermi disegni da mettere nei loro servizi, e col tempo è diventato un mestiere. Mi sono spostato così nella divulgazione: dalla documentazione, ho iniziato ad illustrare tutto ciò che l’archeologo aveva in testa, con il disegno ricostruttivo, per le soprintendenze o per i musei, come ad esempio quello di Milano. A livello più divulgativo anche nelle riviste specializzate, dove tuttora lavoro con degli interventi mirati.

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Qual è il pubblico che vuole raggiungere?
Si tratta proprio del pubblico che l’archeologo di solito non raggiunge: il linguaggio da archeologi va bene per gli archeologi. I libri che l’archeologo pubblica vanno nelle mani di altri colleghi che sono da un lato i suoi amici, dal’altro anche quelli che lo possono in qualche maniera criticare. Questo è ciò che di solito preoccupa l’archeologo. A me interessa raggiungere un pubblico più vasto perché in fondo è la gente, con le sue tasse, che paga gli scavi. In questo senso, io credo che debba tornare qualcosa, e non soltanto agli uomini di scienza.

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Quali sono i disegni che le piace di più realizzare?
A me piace molto ricostruire oggetti complessi, come ad esempio un’intera città, perché è tra le cose più lontane dall’uomo di oggi. Per esempio un milanese può anche vedere i resti del palazzo imperiale in via Brisa, farsi un’idea di come dovesse essere il teatro attraversoi pochi resti che sono rimasti, però è difficile che riesca a farsi un’idea complessiva di com’era la città all’epoca, proprio perché non è un addetto ai lavori. A me invece piace venire incontro al pubblico, facendo vedere in un solo disegno tutte le cose che gli archeologi sanno, in maniera che lo spettatore possa ad esempio farsi un’idea complessiva di come doveva essere Mediolanum 1600 anni fa, quando era capitale imperiale.

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Alcuni disegni di Corni si possono apprezzare nel Museo archeologico di Milano. Per saperne di più sulle stampe e sulle pubblicazioni, questo è il suo sito.

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