Perché vorrò sempre fare Indiana Jones

Lo so. Scrivere “perché vorrò sempre fare Indiana Jones” quando il nome del blog non è più “Volevo fare Indiana Jones” sembra un controsenso colossale. Eppure, a me sembra un momento perfetto per raccontarlo.

I motivi per cui non smetterò mai di voler fare Indiana Jones sono due, uno affettivo e uno che forse non vi aspettereste.

Quello affettivo riguarda, ovviamente, la mia infanzia: due dei personaggi che hanno segnato maggiormente il mio immaginario di bambina degli anni ottanta, cresciuta a merendine, Bim Bum Bam e film e telefilm di culto, sono Indiana Jones e Han Solo, entrambi interpretati da un Harrison Ford giovane, strafottente e simpatico.

han solo

Harrison Ford che interpreta Han Solo. © Movieplayer

Il perché è presto detto: mio papà era – ed è tuttora – un nerd, prima ancora che il termine venisse usato ed abusato in Italia. Io credo che lui ancora oggi non sappia nemmeno cosa significhi “nerd”, ma poco importa. Comunque ecco perché a casa giravano tanti libri di Isaac Asimov e perché, oltre al telegiornale, Sanremo e qualche quiz, non potevamo proprio mai perderci i film di Guerre Stellari e ovviamente quelli dedicati a Indiana Jones, o anche tutto ciò che riguardava la fantascienza, il fantasy, la storia e la mitologia.

Ero decisamente una bambina media. A otto anni leggevo solo favole, fumetti e libri per bambini delle collane De Agostini: impazzivo in egual misura per i racconti sulla storia antica e lo spazio profondo, non perdevo un numero di “C’era una volta l’uomo” né una puntata di Star Trek. E quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, anche se la risposta era “l’archeologa, come Indiana Jones”, in realtà dentro di me pensavo “ma pure l’astronatuta, come Han Solo e il capitano Kirk”. Come tanti della mia età, ero influenzata dalla TV.

In fin dei conti, la verità è che da piccola non avevo ben chiaro cosa avrei fatto da grande, perlopiù volevo esplorare cose. Che fossero lontane nel passato o lontane nello spazio o nel futuro non importava: erano comunque da esplorare, da scoprire.

Poi sono diventata un po’ più grande, la mia passione per la storia e la letteratura mi ha spinta a frequentare il liceo classico e a indirizzare i miei studi e la mia vita in una certa direzione.

Comunque. Non so se vi ricordiate l’adolescenza: per me è stato un periodo traumatico, ero spesso triste e francamente non ci tornerei nemmeno se mi pagassero a peso d’oro. Due delle cose positive che ricordo erano che amavo moltissimo quello che studiavo e che tutte le volte che mi sentivo giù guardavo un vecchio film. Sono uno di quei tipi che per darsi conforto guarda e riguarda i soliti film, fino a conoscerne le battute a menoria. Non so, mi fa stare meglio.
Ecco.
Uno di questi film era Indiana Jones e l’Ultima Crociata.

In effetti, è stato proprio al liceo che ho imparato ad amare un paio di momenti di quel film, a cui da piccola avevo fatto meno caso: il primo è quando Indy-River Phoenix si fa fregare dai cattivi la croce d’oro appartenuta a uno dei conquistadores e poi, qualche fotogramma dopo, lo ritroviamo Indy-Harrison sulla nave in tempesta che per salvare lo stesso identico reperto si fa prendere a botte mentre urla “Quella croce appartiene ad un museo“.

Il secondo è quello in cui il nostro, dopo essersi inginocchiato come penitente ed essere scampato al soffio di Dio, dopo aver compiuto il salto della fede ed essere giunto dall’ultracentenario templare, invece di farsi tentare da centinaia di coppe tempesate di diamanti e pietre preziose, riconosce il Graal in una coppa di terracotta.

Indy e il graal

Indy che riconosce il Graal in una coppa di terracotta.

Sono quei due momenti, e non tutto il resto, non l’esplorazione, non il mistero, a farmi dire che in fin dei conti vorrò sempre fare (come) Indiana Jones. Perché? Perché nella mia vita sono sempre stata pronta anche a litigare per dire che “Quella croce dovrebbe stare in un museo”, cioè che i reperti sono di tutti, che dovrebbero essere raccontati a tutti e la cui conoscenza dovrebbe essere messa al servizio di tutti. E devono essere studiati, devono stare nei musei, devono essere pubblici, di tutti. Magari sembra stupido dirlo, ma anche se sono concetti che ho appreso anche a scuola, è stato con quel film che ho iniziato a crederci davvero.

E poi c’è la coppa di terracotta. Colpo di genio. Pensateci: poteva finire come un’americanata, e invece no. Invece quello è l’unico momento in tutti i film cui Indy fa (più o meno) l’archeologo. Cioè ragiona. Cioè si dice: “Ma io, quali elementi ho? Devo dare ascolto al mito, alla tradizione, alle dicerie, o mi attengo ai fatti?”. Ecco, si attiene ai fatti. Ed è fighissimo, perché ha ragione. Li batte tutti con la logica. Non col mistero. Sì, ok, va bene, poi c’è quella cosa che siccome la coppa è davvero il Graal, allora riesce a guarire il padre, e blablabla.
Però davvero, quello è forse il momento migliore di tutta la saga, e quasi nessuno se lo ricorda.

L’archeologia vera, certo, è un’altra cosa: tutti noi che l’abbiamo studiata lo sappiamo, abbiamo fatto i conti con stratigrafie, matrix, contesti e tutto il resto. Tutte cose che Indy non sapeva nemmeno dove fossero di casa. Però, ad essere sinceri, proprio rivalutando Indiana Jones in un’ottica adulta forse non siamo rimasti nemmeno così delusi come si potrebbe pensare. Vero o no?