Campo coltivato, tiberio gracco

Uno spunto su Tiberio Gracco

Se fossi in grado di viaggiare nel tempo, tornerei al 133 a.C. e rapirei Tiberio Sempronio Gracco.

Punto primo, per salvargli la vita, che poveretto ha fatto davvero una pessima fine, morto in un tafferuglio e gettato nel Tevere.

Punto secondo, perché è uno di quei personaggi “antichi ma moderni”, di quelli che trapiantati qui oggi saprebbero esattamente cosa fare per affrontare alcuni grandi problemi del XXI secolo.

Lui, per esempio, lo vedrei bene in una posizione di rilevanza internazionale impegnato a proporre provvedimenti contro il land grabbing, cioè l’accaparramento di terre nei paesi in via di sviluppo da parte delle multinazionali, e a favore dei piccoli contadini poveri del mondo, per una agricoltura più equa e sostenibile, per eliminare lo schiavismo mascherato da bracciantato.

Certo, diciamolo: lui, nel suo lontano 133 a.C. la Legge Sempronia l’aveva proposta per altro. Da tribuno della plebe, mirava a porre fine alla piaga del latifondo. Il suo obiettivo era fare una riforma agraria per ovviare alla crisi dell’esercito, i cui membri erano arruolati in base alla proprietà terriera. All’epoca, la situazione era questa: in Italia la piccola e media proprietà non esisteva più, devastata in parte dalle guerre puniche, in parte perché gli stessi piccoli proprietari avevano venduto a quelli grandi, per evitare di essere arruolati oppure per coprire i debiti. Quindi lui, per dare nuova linfa all’esercito e allo stesso tempo garantire un sostentamento per i più poveri, aveva tentato di ripristinare la vecchia situazione, espropriando le terre ai latifondisti che avevano occupato l’agro pubblico illegalmente (in pratica, avevano occupato più ettari di quelli che spettavano loro secondo le leggi Licinie Sestie, allargando a dismisura le loro proprietà) e distribuendole in parte ai cittadini proletari, cioè quei cittadini privati di tutto che disponevano solo della propria prole.

Le terre per i proletari erano lotti piccoli (30 iugeri, pari a 7 ettari e mezzo) in regime di possesso e non di proprietà: cioè le potevano coltivare, le potevano passare agli eredi, ma non le potevano vendere. Dovevano solo pagare un piccolo affitto annuale allo Stato. Questo bloccava la crescita dei latifondi (dove peraltro imperversava il lavoro schiavile, “pericoloso” perché terreno fertile per le rivolte) e dava un piccolo sostentamento a questi cittadini-contadini, che così non erano più allo sbando. Oltre a garantire una base per la leva. Insomma, una bella idea che però non piaceva affatto ai grandi imprenditori agricoli.

La legge passò e ci furono delle riassegnazioni. Ma quando Tiberio si ricandidò come tribuno per continuare il suo operato, venne osteggiato dal pontefice Scipione Nasica. Scoppiarono tafferugli tra fazioni e Tiberio fu ucciso con 300 suoi sostenitori e, appunto, gettato nel Tevere.

Che brutta fine.

Allora io, se avessi una macchina del tempo, lo andrei a salvare e gli farei continuare la carriera qui, nel nostro tempo.

Tiberio Gracco

I fratelli Gracchi.
Eugène Guillaume, “Cenotafio dei Gracchi”, fine XIX secolo, Musée d’Orsay, Parigi

Mi piace pensare che se Tiberio Gracco fosse qui oggi, si batterebbe per dare dei pezzetti di terra ai contadini espropriati, per arginare i danni dell’agricoltura intensiva, per impedire che le multinazionali delle monocolture li sfrattino e li derubino, garantendo così maggior equilibrio sociale. Mi piace pensare a un Tiberio Gracco consapevole del valore culturale ed economico delle piccole proprietà, dei cibi locali, sostenibili. Un Tiberio Gracco alleato di Slow Food e delle associazioni che lottano per la sovranità alimentari dei territori.

Lo so, volo di fantasia.

Ma penso che se Gracco potesse agire nel mondo di oggi, sarebbe un politico veramente figo, ecco.

E quindi niente. Chiudo questo 2016 riflettendo sui personaggi interessanti della Roma antica, come Tiberio Gracco. Perché a prendere spunto da quelli intelligenti, non si sbaglia mai.

E buon inizio di 2017 a tutti!

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