Ma a cosa serve parlare di turismo sostenibile per l’archeologia?

L’argomento caldo del 2017 è l’Anno del turismo sostenibile per lo sviluppo. Mi è già capitato di scriverne, sia qui, sia sulle pagine di Archeostorie, sia su quelle di LifeGate, e di dire quanto sia importante per l’ambiente e per i beni culturali, quale opportunità costituisca.

Vi riassumo velocissimamente di cosa si tratta: è una celebrazione promossa dall’Onu, cioè dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che prevede eventi, conferenze, convegni, tavole rotonde per affrontare il tema del turismo sostenibile in relazione a quello dello sviluppo sostenibile.

Cos’è lo sviluppo sostenibile

Vi avverto, questo post è peggio di una matrioska. O di un testo di Pindaro, vedete voi. Allora, in breve: lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo economico che punta a fare profitto senza distruggere l’ambiente o i beni culturali e senza danneggiare le persone. In pratica promuove l’uso responsabile sia delle aree e delle risorse naturali (la terra, i campi, l’acqua), sia di siti archeologici e storici, per trarne profitto. Lo scopo è mantenere integre queste risorse, sia per noi, sia per le generazioni future. Gli obiettivi Onu di sviluppo sostenibile sono stati sintetizzati in 17 punti in un documento, che si chiama Agenda 2030 e che dovranno essere raggiunti, appunto, entro quella data.

Cos’è il turismo sostenibile

È un turismo a basso impatto sul pianeta. Che detto così vuol dire tutto e non vuol dire niente. Concretamente, vuol dire che, prima di fare un viaggio, prima di visitare un sito o un parco, dobbiamo pensare a quale impatto avrà quel viaggio, cioè quanto inquinerà, quanti gas nocivi produrrà, quanto rischiamo di danneggiare il luogo. Quindi, secondo il decalogo Iucn significa scegliere mezzi alternativi all’auto (treno, bici o piedi), alberghi attenti all’ambiente, preferire il consumo di cibi locali, magari bio, dop, e a km zero per favorire il benessere del territorio, valorizzare l’artigianato locale, andare a vedere parchi e monumenti, non solo perché sono belli, ma pure per finanziarli, ma stando attenti ai flussi turistici incontrollati (che invece di far bene ai siti, li potrebbero danneggiare).

I turisti nel mondo sono tantissimi: 1 miliardo e 200 milioni, secondo l’Unwto, destinati a diventare quasi 2 miliardi nel 2030. Considerato che la maggior parte prende l’aereo o l’auto, possiamo immaginare la quantità di inquinamento e di emissioni che alterano il clima (il 5 per cento oggi, il 10 per cento tra tredici anni).

Cos’è il riscaldamento globale

Abbiate pazienza e arriverò al punto, promesso. Allora il riscaldamento globale, che è un fenomeno reale ed esistente e su cui è concorde il 97 per cento degli scienziati (con buona pace di Trump), è il rapido aumento delle temperature terrestri rispetto a un anno di riferimento, il 1880, cioè l’anno in cui sono iniziate le rilevazioni climatiche. Questo aumento provoca incremento di fenomeni estremi come uragani, alluvioni, siccità, ondate di calore, in più scioglie i ghiacciai ai poli e innalza il livello dei mari. Il fenomeno è provocato da un aumento di gas detti “climalteranti” in atmosfera, tra cui la CO2, abbondantemente prodotta dall’uso di combustibili fossili (petrolio, carbone, gas metano), che poi sono quelli che “fanno funzionare” la nostra società.

Perché al turismo importa dei gas che alterano il clima

Detto terra terra: più utilizziamo aerei e macchine, più inquiniamo, più aumenta il rischio di eventi estremi. Evabbè, direte, i turisti si muovono lo stesso. Sì, però le bellezze naturali e culturali che vogliono andare a vedere potrebbero scomparire a breve. Dice l’Ispra che sono oltre 28.000 in Italia i beni culturali a rischio alluvione, per esempio.

Quindi forse avete capito dove voglio arrivare.

Quindi: a cosa serve il turismo sostenibile per l’archeologia

Risposta: a un sacco di cose.

  1. Serve ad abbassare le emissioni di CO2 e quindi a mitigare gli effetti del riscaldamento globale. In questo modo si spera di diminuire le possibilità che un’alluvione colpisca il nostro sito archeologico o il nostro museo preferito.
  2. Serve a valorizzare e ad arricchire in modo sano ed etico i territori nel loro complesso.
  3. Serve a intercettare una fetta di mercato in crescita (ve l’ho già scritto da qualche parte che il 16 per cento dei turisti italiani pratica ecoturismo? No? Be’, sono il 16 per cento.)
  4. Serve a vivere in un ambiente più bello e sano
  5. Serve a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, come l’istruzione per tutti o l’equità sociale, o il dialogo tra diverse culture.
  6. Serve ad “utilizzare” i siti archeologici e a non impacchettarli in stile bomboniera. Se le rovine vengono utilizzate, vengono meglio comprese da tutti. E se vengono comprese e capite, le persone hanno anche più voglia di frequentarle e valorizzarle, aumentando il profitto di queste aree.

Insomma, serve. E mettiamolo in pratica, no?

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